dal 29 giugno: Il nostro Taddeo Carlone alla mostra “La Terra dei Carlone”

dal 29 giugno: Il nostro Taddeo Carlone alla mostra “La Terra dei Carlone”

LA TERRA DEI CARLONE

Arte barocca tra Genova e l’Oltregiogo a cura di Maurizio Romanengo

29 giugno – 1 settembre 2019 Abbazia di San Remigio, Parodi Ligure (AL)

All’interno del progetto “LA TERRA DEI CARLONE. Arte Barocca tra Genova e l’Oltregiogo” che porterà in diversi comuni spettacoli musicali, teatrali e convegni negli antichi centri storici e nelle ville della Provincia di Alessandria, l’Associazione Oltregiogo organizza la prima mostra interamente dedicata alla famiglia Carlone, artisti attivi a Genova e in Europa tra XVI e XVII secolo. Allestita all’interno dell’antica Abbazia di San Remigio, interamente ristrutturata nel 2010 da parte del comune di Parodi Ligure, l’esposizione, accompagnata dal relativo catalogo, intende ripercorrere l’esperienza di una famiglia di architetti, scultori e pittori che scelsero Parodi Ligure come loro dimora. Curata dallo storico dell’arte Maurizio Romanengo, in collaborazione con Massimo Bartoletti della Soprintendenza di Genova, Agnese Marengo storica dell’arte milanese e Giacomo Montanari dell’Università di Genova, la mostra intende raccontare l’origine di questa famiglia come lavoratori stagionali, la scelta di diventare genovesi e il loro profondo legame con il territorio dell’Oltregiogo. A questo scopo saranno raccolte circa 20 opere della famiglia Carlone e di artisti a loro legati. Tra esse saranno ricollocate nell’antica sede alcune delle tele appena restaurate dal laboratorio di Venaria provenienti dall’antica parrocchia di San Remigio da loro dipinte o da loro commissionate. Inoltre saranno per la prima volta visibili in pubblico alcuni inediti di Giovanni Battista Carlone legati ai grandi cicli di affreschi genovesi e grandi tele poco note di proprietà privata e di importanti istituzioni pubbliche. A corredo della mostra saranno presentati documenti relativi alla famiglia Carlone e alla storia dell’Abbazia di San Remigio. Dal 29 di giugno al 1 settembre 2019 l’Abbazia di San Remigio sarà la sede di una importante mostra e il centro di una rete di percorsi che da Parodi Ligure portano alla scoperta delle più significative opere del barocco genovese presenti nell’Oltregiogo tra le quali la maggior parte sono ascrivibili a rappresentanti della famiglia Carlone.

LA MOSTRA Allestita all’interno della chiesa abbaziale di San Remigio, interamente ristrutturata nel 2010 come sede di eventi dal Comune di Parodi Ligure, si svolge un percorso che seguirà le tracce dei Carlone dal Ticino verso il porto di Genova e quindi a questi territori dove la grande famiglia ebbe dimora, tanto da dare il loro nome alla località ‘Carlona’.

Nella mostra troverete esposto anche il rilevo di Taddeo Carlone rappresentanteMosè fa sgorgare l’acqua dalla rupe, esposto nel nostro Museo, ma in deposito dalla Soprintendenza ABAP Liguria.

Il rilievo è parte dell’arredo marmoreo realizzato per l’altare della chiesa delle monache all’interno del monastero di Corpus Christi o San Silvestro da Pisa. Con una promissio sottoscritta il 18 marzo 1600, lo scultore Taddeo Carlone si impegnava con Paolo Sauli fu Bartolomeo, uno dei protettori delle monache, a «fare un adornamento di dentro del choro della chiesa di d.o monastero attorno all’altare con otto figure di Santi (…) et il restante dell’adornamento di altezza che arrivi dal piano del pavimento per insino sotto al adornamento del quadro de pitture che è in d.o choro sopra l’altare con le sue due porte» (Alfonso, 1985, pp. 310-311). Oltre alla descrizione, veniva specificato il materiale («marmo bianco del polvazzo»), il tempo di esecuzione e il prezzo pattuito (a partire da lire 800 di Genova e fino a mille, a seconda del gradimento), importo di gran lunga superato dal saldo dei lavori registrato il 20 gennaio 1606 per circa 1321 lire di Genova. Stando alle immagini storiche, il paramento marmoreo rivestiva il tramezzo esistente tra la chiesa delle monache o coro, e la chiesa dei fedeli, secondo una prassi costruttiva delle chiese monastiche domenicane e che, dividendo gli spazi, consentiva il mantenimento dello ius parochiale e la destinazione a monastero di clausura. Nel coro le monache si riunivano per fare capitolo, assistere alle funzioni liturgiche e dedicarsi all’adorazione del Santissimo: i due spazi liturgici condividevano infatti il tabernacolo, inserito nel tramezzo mentre una grata consentiva alle monache di godere dello spazio liturgico. Il paramento marmoreo che lo rivestiva era decorato con scene che richiamavano il mistero eucaristico: a lato del tabernacolo erano inseriti due rilievi, a sinistra con Melchisedec che offre il pane e il vino, a destra il rilievo in oggetto con Mosè che fa sgorgare l’acqua dalla rupe, episodi biblici (Genesi 14, 17-20 e Esodo 17, 1-7) a richiamare simbolicamente il corpo di Cristo che sazia e la Parola di Dio che come acqua disseta i fedeli. L’episodio testimonia la risposta divina alla sete del suo popolo: la scena è ambientata nel deserto di Sin connotato da dune e palmizi, sulla sinistra le tende dell’accampamento ebraico ordinatamente disposte. In primo piano Mosè, con un bastone, in obbedienza all’ordine divino, percuote la rupe per far sgorgare l’acqua, raccolta da uomini e donne; le brocche recano ancora tracce della doratura originaria, ormai quasi perduta.

Sotto la mensa dell’altare, poco profonda, la scena sacrificale e le due iscrizioni inserite ai lati – UMBRAM FUGAT VERITAS e PHASE VETUS TERMINAT –,restituiscono invece alcuni versi della Lauda Sion di San Tommaso d’Aquino, incentrata sul dogma della transustanziazione ossia della reale presenza di Cristo nell’Eucarestia da cui l’istituzione del sacramento del Corpus Domini.

L’intero paramento marmoreo fu ridotto in frammenti durante il bombardamento del 1943 che distrusse parte della chiesa e del coro di San Silvestro. Le altre parti superstiti – i rilievi e le statue – sono conservate presso la Sala delle lauree della Facoltà di Architettura, ospitata nell’ex complesso monastico, e nei depositi del Museo di Sant’Agostino (De Marco, Martini, 2010, pp. 90-93, 99 nota 27; De Marco 2011, pp. 317-331).