Rinascere dal dolore: prosegue la mostra itinerante di AMEI

Rinascere dal dolore: prosegue la mostra itinerante di AMEI

Prosegue presso il Museo Diocesano “Adriano Bernareggi” di Bergamo la mostra itinerante di AMEI, con l’opera di Claudio Parmiggiani dedicata a padre Pino Puglisi.

SENZA TITOLO (2017), CLAUDIO PARMIGGIANI

Tutto il lavoro dell’artista Claudio Parmiggiani è altamente poetico, evocativo. Non appare mai affermare o dimostrare qualcosa, ma induce a una riflessione, a una meditazione sul senso più profondo delle cose, del loro permanere nel tempo grazie alla memoria. Assemblando alcuni frammenti del mondo, desituati dal loro contesto originario e accostati in modo del tutto inconsueto, crea immagini di una straordinaria forza espressiva. Da oggetti come campane, barche, statue, libri, àncore, emerge una bellezza sospesa, familiare e al tempo stesso insolita, ambasciatrice di un mondo lontano che chiede di emergere dall’oblio della storia, per farsi attuale, vicino, amico. Contro le tendenze di tanta arte contemporanea, destinata a un rapido consumo o a un superficiale atteggiamento ludico, le opere di Parmiggiani sembrano attraversare la pelle del mondo, per dischiuderci gli abissi di un mistero.

L’opera richiesta all’artista da AMEI, Associazione Musei Ecclesiastici, per essere donata alla Casa Museo del Beato Giuseppe Puglisi di Palermo, parla del tempo presente, e contemporaneamente appartiene alla storia di sempre. Consiste in diverse lastre di vetro sovrapposte, sulle quali poi l’artista interviene con violenza, creando in questo modo un’apertura sfrangiata e irregolare, come una lacerazione. Una superficie che si presenta come uno specchio riflettente, sul quale è avvenuta una violenta aggressione.

Non è la prima volta che Parmiggiani interviene con un gesto distruttivo. Già nei celebri labirinti di cristalli infranti (1970), lo spettatore, per uscire all’esterno, era costretto a ridurre in frantumi il percorso di vetro di una città esplosa, come in una sorta di apocalittica tempesta che demolisce ogni cosa.

In questo caso, la superficie è aggredita, senza essere tuttavia del tutto frantumata. Su di una lastra nera, di una profondità abissale, che riluce grazie al vetro specchiante, una serie di crepe si dirama dal centro verso l’esterno, venendo a creare una rete, una ragnatela che si propaga ovunque.

Un gesto violento squarcia il cuore di una lastra che appare in questo modo ferita, violata, stuprata nella sua integrità e nella sua luminosa bellezza. L’opera si presenta dunque come uno specchio che ha perduto la sua funzione di accogliere e d’irradiare in modo uniforme le molteplici forme del mondo, rivelando una tragedia avvenuta.

Tuttavia, questa drammatica apertura appare suggerirci qualcos’altro. La nostra attenzione si concentra su quel foro dai margini ruvidi, scomposti e irregolari che si pongono come limite, soglia verso uno spazio che non è possibile definire. È come se fossimo invitati a proseguire verso un al di là, un oltre. Attraverso la tragicità di un gesto, siamo chiamati a intraprendere un cammino, un viaggio, a compiere un percorso.

Certo è immediata l’analogia tra l’opera dell’artista e la vita di don Giuseppe Puglisi, sacerdote siciliano, ucciso dalla mafia nel 1993, con due colpi di pistola alla nuca. La sua esistenza “luminosa”, “irradiante”, spesa contro i soprusi e gli oltraggi della mafia, fu stroncata dalla brutalità di una violenza infame, indicibile. Tuttavia, se l’opera parla di una violenza subita, è per ricordarci che per vivere fino in fondo il senso più profondo dell’esistenza, occorre che qualcosa sia frantumato, spezzato, lacerato. La trasformazione di una società avviene grazie alla testimonianza di un martire, al sangue di una vittima. È come se una ferita mortale potesse aprire una porta, per condurci verso un oltre, dove si gioca la verità di noi stessi, perché ciascuno di noi assuma la propria responsabilità etica nella storia. Di certo, Padre Puglisi ha percorso questa strada dall’inizio alla fine, in tutto il suo percorso, in tutto il suo dramma.

Per aprirci a una speranza, per farci rinascere dal dolore a un mondo diverso, di riconciliazione e di pace.  Andrea Dall’Asta SJ, Direttore Galleria San Fedele, Milano