Dipinti


La collezione di pittura conservata al Museo diocesano copre un arco temporale che va dal XIII al XVIII secolo ed è costituita non solo da dipinti su tavola o su tela ma anche da suppellettili liturgiche o elementi architettonici dipinti provenienti dalle chiese diocesane. Il frammento della Trave con Cristo e gli Apostoli (1278) e la Custodia lignea per il reliquiario della mano di Santo Stefano (inizio XIV secolo) testimoniano la pittura genovese medievale, molto depauperata dalla vicende storiche e dai cambiamenti del gusto. Attraverso alcuni nomi prestigiosi, come Barnaba da Modena per il secondo Trecento, e Luca Cambiaso per il pieno Cinquecento – protagonisti assoluti del proprio tempo – e una nutrita serie di apporti extra regionali, il percorso museale consente di ripercorrere lo sviluppo della pittura a Genova fino al pieno Seicento. La grande stagione del barocco genovese si esprime nelle pale d’altare di Domenico Piola e Gregorio De Ferrari.

Tobi seppellisce i morti

Tobi seppellisce i morti

Dipinto ad olio su tela, dall'Oratorio della Morte e Orazione in Santa Sabina

Tobi seppellisce i morti

L’episodio, contenuto nel libro di Tobia (Tobia 1,18; 12, 12-13), raffigura la pietà del padre di costui, Tobi, verso i corpi senza vita degli Israeliti uccisi da Sennacherib: contravvenendo al divieto del sovrano e protetto dall’oscurità, diede loro la sepoltura secondo la tradizione ebraica e poi fuggì, temendo la cattura. La pietà, la fedeltà alla legge e la sopportazione, saranno virtù tali da meritargli la misericordia divina. All’interno del sistema caritativo-assistenziale genovese, l’opera testimonia il compito che si era assunto questa confraternita, peraltro a composizione nobiliare, ossia il seppellimento dei cadaveri, in particolare dei poveri e degli schiavi. Esposta in origine nel presbiterio, l’opera si ritiene eseguita verso la metà degli anni ottanta del Seicento, e mostra la riflessione di Gregorio De Ferrari (Porto Maurizio, 1647 – Genova, 1726) sulle opere di Domenico Piola, da cui riprende l’invenzione dell’ammasso di cadaveri e il gioco della luce che, dalla fiaccola, si riverbera sul petto livido, inarcato verso il bordo della tela, e da qui arriva a riscaldare i volti di Tobia e Tobi, bloccandone l’azione.